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Nacque a Satriano il 15 marzo del 1820 da Vincenzo dei nobili di Castelvetere e da Rosa Violante. Compì i primi studi nel Real Liceo di Catanzaro, presso cui lo zio, il Canonico don Marco Dolce Favilla, aveva accettato la carica di prefetto al fine di avere vicino il nipote e curarne la formazione. Ebbe come professore Luigi Settembrini che lo tenne carissimo e aprì il suo animo ai più nobili ideali di libertà e di patriottismo, per i quali, in seguito, il Dolce Favilla doveva lottare e soffrire. Ancora giovanissimo, pubblicò la sua prima opera letteraria: "Doveri di scuola", che lo rese noto per la purezza della lingua e la finezza stilistica. Terminato il liceo, frequentò l'Università di Napoli dove conseguì la laurea in legge. Iscrittosi alla Giovane Italia, durante gli studi universitari compose le "Poesie liriche" che sono tutte un inno alla libertà e che, incurante dei consigli degli amici e sfidando la vigilanza delle autorità borboniche, pubblicò nel 1840. Caduto in sospetto della polizia borbonica, fu più volte arrestato e rimesso il libertà. Compromesso per le cospirazioni catanzaresi del 1848, affrontò coraggiosamente le persecuzioni e la latitanza, mettendo a repentaglio per molti anni la vita e la salute. Intanto i suoi genitori, vecchi e trepidanti, lo chiamavano insistentemente al paesello natio, finché egli, cedendo alle loro premure, tornò a Satriano. Ma anche tra le pareti domestiche, circondato dall'affetto dei suoi cari, si sentiva come prigioniero, e il suo spirito inquieto, logorato dal tormento, non sapeva trovar pace. Scriveva in un sonetto apparso in quegli anni sul "Tramacoldo" che si pubblicava a Messina e di cui era attivo collaboratore: Ritorno all'ombre placide, in braccio alla natura, al fonte, al verde prato, all'aura tersa e pura: ma ognor lo spirito mio sogna la libertà.
Nella nativa Satriano, obbedendo allo slancio della sua anima assetata di vita e di pensiero, aprì una scuola di belle lettere, alla quale accorse numerosa la gioventù del luogo e dei dintorni. Nelle sue lezioni, che egli chiamava amichevoli conversazioni, dominava ovviamente la nota patriottica. Raffaele Dolce Favilla rimase per sempre nel suo paesello, anche perché le sofferenze e i patimenti subiti durante le persecuzioni borboniche avevano irrimediabilmente minato la sua salute. Tuttavia continuò ad alternare all'insegnamento una fervida attività letteraria. Appartengono a quest'epoca molte poesie di sapore idillico, in uno stile semplice ma di delicatissimo effetto. Nel 1860, durante la sommossa avvenuta in Satriano per opera degli ultimi sostenitori dei Borboni, corse il rischio di essere massacrato nella sua stessa abitazione. Compiutasi l'unità d'Italia, da lui agognata, sdegnò ogni favoritismo con la dignità degli ultimi uomini puri ed onesti, e preferì, agli onori e alle cariche offertegli dal nuovo governo, il silenzio della vita privata. Eletto Sindaco in forma plebiscitaria, pur malfermo in salute, lavorò indefessamente per parecchi anni al progresso civile e materiale del suo popolo. La strada tra il ponte sull'Ancinale e quello di Turriti, che congiunse, in quell'epoca per la prima volta, Satriano al tronco provinciale Chiaravalle-Soverato, consentendo così al nostro paese un comodissimo sbocco fino alla stazione ferroviaria di Soverato e quindi sulla nazionale per Catanzaro, fu opera sua. La morte lo colse in Satriano il 3 giugno del 1890, tra il generale rimpianto della cittadinanza che vedeva mancare per sempre la più nobile figura dei suoi figli.
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